Quanto ancora possiamo osare?

da Segreteria Presidenza / 4 settembre 2018 Galleria Foto
foto7creditsincamerastockAlamy-kFwG-U43060687100153QeB-590x445@Corriere-Web-Sezioni

Stiamo osando davvero troppo. Stiamo anzi abusando troppo.

Della capacità dei nostri predecessori, della buona qualità dei materiali impiegati. Della nostra fortuna o del caso più semplicemente.

Ritorniamo ad un tema a noi caro: il nostro territorio ed il nostro habitat.

In una intervista rilasciata a Casa&Clima.com, il ministro dei Beni Culturali Alberto Bonisoli, commentando il recente crollo del tetto di san Giuseppe dei Falegnami a Roma ha detto: “al di là del crollo il tema qui è più ampio: ci stiamo rendendo conto che siamo in Paese fantastico ma probabilmente siamo stati un po’ distratti da altre cose per capire che se ci sono delle situazioni di pericolo e per mapparle in modo importante. Non si tratta solo di chiese o di ponti ma di tutte le strutture dove il pubblico ha accesso”.

E ancora: “possiamo dire che al nostro interno ci sono dei fondi e abbiamo gia’ iniziato la settimana scorsa, dopo i fatti di Genova, a mappare tali fondi di investimento e a capire a che livello di avanzamento sono i progetti“.

E dunque noi lo avevamo sostenuto qualche giorno fa: i soldi ci sono.

Ci piace anche questo mea culpa fatto da un ministro ultimo arrivato a livello temporale. Ci piace molto di meno invece quanto non è stato né detto né fatto da chi lo ha preceduto nei decenni.

Però quando arriva l’ora di passare dalle parole ai fatti?

Il nostro territorio – lo sanno anche i bambini – è a rischio di tutto: sismico, idrogeologico, alluvionale. Ma è soprattutto a rischio umano.

Ancora due anni fa, dopo il terremoto di Accumoli, Francesco Peduto il Presidente del Consiglio Nazionale dei Geologi a La Nazione dichiarava: “Si deve mettere in sicurezza il territorio, altrimenti ci saranno altri morti”. 

l’Ansa, sui dati elaborati dal Consiglio Nazionale dei Geologi aveva reso pubblico un grafico con il rischio sismico e gli edifici pubblici a elevata criticità, regione per regione.

I dati sono davvero sconvolgenti.

Ma questi dati sono pubblici, non sono riservati si badi bene! E dunque come li vediamo noi li vedono tutti. Principalmente le istituzioni e gli Enti preposti alla tutela e alla salvaguardia delle persone e delle cose!

Anche la fragilità idrogeologica è alta. Due sono i rischi principali: frane e alluvioni.

ISPRA sottolinea il collegamento tra il rischio idrogeologico ed il cambiamento climatico.

Certo, ma ci permettiamo di dire che il collegamento è anche ben altro: l’abuso del territorio, la sua insana e malevola modificazione hanno creato insieme con il fattore climatico un mix che è sfuggito al nostro controllo.

Quanto noi tecnici ci siamo battuti per una salvaguardia del nostro territorio. Tanto. Quanto siamo stati ascoltati. Per niente.

E’ stato più volte dato un messaggio chiaro ai “policy maker” nazionali e regionali. Gli strumenti di pianificazione ci sono (Piani di Assetto Idrogeologico, Piani di gestione del rischio alluvioni), le Autorità di Distretto esistono, importante è mantenere e aumentare la spesa pubblica per la manutenzione del territorio. Un investimento fondamentale per ridurre i rischi e i danni, e che potrebbe generare occupazione aggiuntiva e qualificata. Un investimento che punta sulla prevenzione e non sulle misure di intervento ex post. Forse il più importante intervento di infrastrutturazione pubblica che il nuovo governo ha davanti a sé (Il Blog di Alfredo de Girolamo).

Ritorniamo dunque a quanto suggerito dal ministro Alberto Bonisoli: mappatura, mappatura, mappatura. A quanto noi sosteniamo da tempo.

A tutti i livelli su tutto il territorio.

MonitoraggioDinamico5

Cosa si attende?

A più di 15 giorni dal crollo del ponte Morandi ancora si sta a tavolino a parlare di fulmini, attacchi terroristici, magari attacchi alieni.

Nel frattempo una parte dell’Italia è tagliata da tutti i collegamenti. Dei cittadini non hanno più i loro riferimenti.

E’ giusto tutto questo? Per noi no.

Quanta forza lavoro che potrebbe essere impiegata nello studio e nella ricostruzione è inutilizzata?

Ma soprattutto, quanto ci sta costando tutto ciò? E sulla pelle di chi?

Forse non sarebbe costato meno procedere sistematicamente ad un programma cadenzato di controlli, verifiche, sostituzioni, ammodernamenti, ricostruzioni?

Forse non tutti riescono ad immaginare cosa voglia dire trovarsi dalla sera alla mattina senza la propria casa, senza il proprio luogo di culto, senza la propria terra.

E già che si mettono le mani in pasta: cosa si aspetta a adeguare gli edifici pubblici al risparmio energetico?

fotovoltaicoedificistorici[1]

Un utile strumento che potrebbe essere utilizzato dalle amministrazioni locali viene offerto già dal 2016 da un team di ricerca del Politecnico di Losanna EPFL che ha sviluppato una metodologia per valutare l’impatto estetico dei pannelli fotovoltaici sugli edifici, definendo alcuni criteri per stabilire dove potrebbero essere posizionati.
L’obiettivo del progetto- guidato da Maria Cristina Munari Probst e Christian Roecker- è dimostrare che l’integrazione di impianti fotovoltaici in ambienti urbani è possibile, anche in caso di edifici storici, a fronte di uno sforzo maggiore in termini di progettazione e costi.

(Fonte: Casa&Clima.com).

Noi chiediamo a questo Governo, a questa opposizione ma anche al prossimo Governo ed alla prossima opposizione quanto già da decenni altri avrebbero dovuto fare. Purtroppo questo è il momento della resa dei conti e se è vero che si prendono gli onori, è altresì vero si debbano prendere anche gli oneri.

A chi tocca tocca.